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50 anni di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

La banda del club dei cuori solitari del Sergente Pepe cominciò a suonare il 1° giugno del 1967. In quel giorno di cinquanta anni fa fece infatti la sua comparsa nei negozi di dischi Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ottavo album dei Beatles.
Probabilmente l’album più celebre dei quattro di Liverpool. Forse non necessariamente il migliore dal punto di vista strettamente musicale ma certamente uno tra i dischi più importanti della musica pop. I Beatles avevano pubblicato nel 1965 Rubber Soul  e l’anno successivo Revolver. In quello stesso 1966 decisero di sospendere i loro concerti dal vivo, dopo anni di esibizioni senza sosta.

Il disco su Liverpool

Proprio sul finire di quell’anno, nacque l’idea di creare un intero album legato ai ricordi di infanzia e adolescenza dei quattro nella nativa Liverpool. Un’idea straordinaria a sentire i primi risultati che partorì. John Lennon scrisse Strawberry Fields Forever, dal nome di un orfanotrofio (Strawberry Fields, appunto) vicino al quale era solito giocare da piccolo. Paul McCartney incise invece Penny Lane, come il nome della via di negozi dove aspettava il tram insieme al padre. A queste due canzoni andrebbe aggiunta When I’m Sixty-Four che in realtà fu l’unica a finire su Sgt. Pepper’s.

La EMI aveva infatti bisogno di un 45 giri che anticipasse la pubblicazione dell’album. Il loro manager, George Martin, decise quindi di pubblicare Strawberry Fields Forever e Penny Lane in un singolo con due lati A.
Se già Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band è uno scrigno di meraviglie, non è difficile immaginare quanto sarebbe stato impreziosito da questi altri due gioielli di puro artigianato pop. Non a caso lo stesso George Martin lo definirà “il più grave errore della mia vita professionale”.

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Una banda di ottoni d’epoca vittoriana

Accantonata l’idea del disco su Liverpool, non venne tuttavia scartata la suggestione di costruire un album unitario. Di ritorno da un lungo viaggio, Paul McCartney elaborò l’idea di dar vita a un doppio dei Beatles. Voleva comporre un album eseguito da un immaginario gruppo di musicisti, una banda di ottoni d’epoca vittoriana chiamata appunto Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

L’idea di un nome così complesso venne a McCartney prendendo spunto da quelli lunghissimi e privi di senso di certe band americane del periodo. Forse anche da un gioco di parole creato a partire dai contenitori di sale e pepe (salt and pepper, in inglese).
In realtà anche questa idea si concretizzò solo in parte. Prese forma nella canzone che apre il disco e gli dà il titolo, nella ripresa del tema iniziale quasi in coda all’album e nella copertina. Copertina che proietterà definitivamente questo 33 giri nell’immaginario collettivo.

Per mantenere comunque un elemento di organicità tematica, George Martin utilizzò un’innovativa soluzione tecnica. Montò i brani in modo che sfumassero uno nell’altro senza soluzione di continuità.

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La copertina

La copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band venne disegnata da Jann Haworth e Peter Blake su suggerimento di Paul McCartney.
Al centro ci sono i Beatles, o meglio, la Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band affiancata dalle statue di cera dei quattro Beatles giovani, vestiti con abiti eleganti. Tutto intorno un collage di personaggi del mondo della musica, della storia e della politica. Il pubblico davanti al quale la band si sarebbe voluta esibire.

 

Sgt. Pepper

 

Bob Dylan e Karl Marx. Carl Gustav Jung e Marlon Brando. Oscar Wilde e Marilyn Monroe, Albert Einstein a Sonny Liston. Lewis Carroll e Aleister Crowley, Edgar Allan Poe e Stanlio & Ollio. Tra i soggetti proposti da John Lennon e scartati perché considerati inopportuni figuravano anche Gesù, Adolf Hitler e Gandhi. Tutti i personaggi furono contattati e, nonostante i timori dei responsabili della EMI, rilasciarono il loro consenso senza volere alcun compenso economico.

L’eccezionalità della copertina era dovuta anche al fatto che per la prima volta si apriva a libro. Nella facciata posteriore erano stampati i testi delle canzoni, come mai era avvenuto in precedenza.
Inoltre su una pagina della copertina erano stampati baffi, gradi da sergente, il logo del Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band che i fan potevano eventualmente ritagliare.

Lato A

L’orchestra accorda gli strumenti, in sottofondo il brusio delle voci degli spettatori, inizia il primo pezzo dal titolo omonimo all’album. A suonare non sono i Beatles ma la Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Il motivo scivola nel pezzo seguente e tra le urla delle fan viene presentato Billy Shears. Ossia Ringo Starr, alla cui voce viene affidata With a Little Help from My Friends. Della canzone offrirà una memorabile versione Joe Cocker al Festival di Woodstock.

Poi arriva Lucy in the Sky with Diamonds, ispirata a John Lennon dai romanzi di Lewis Carrol e divenuta famosa per un presunto richiamo all’LSD delle iniziali dei nomi del titolo. In realtà, come spiegherà Lennon, l’idea viene da un disegno del figlio Julian che ritraeva la sua compagna di classe Lucy.

Le successive Getting Better e Fixing A Hole sono firmate entrambe da McCartney, con la seconda che, stando alla leggenda, alludeva sia nel titolo che nel testo all’eroina. Al di là di riferimenti “stupefacenti”, sono entrambi esempi della naturale capacità compositiva mccartneyana.
McCartney è autore anche della successiva She’s Leaving Home, terzo pezzo consecutivo con Paul autore e solista. Un racconto per voci e orchestra ispirato probabilmente a una storia vera. La fuga di una ragazza da casa a causa delle incomprensioni con i genitori.
La genialità di Lennon torna protagonista con Being For the Benefit of Mr. Kite! con il testo che nasce dal tentativo di trasformare in canzone un manifesto circense dell’età vittoriana.

 

Lato B

Il lato B del long-playing si apre con Within You Without You, il brano scritto da George Harrison ispirato alla musica indiana. Allo stesso modo lo era stato Love You To nell’album Revolver.

La nona canzone, When I’m Sixty-Four, era stata scritta da McCartney anni prima. Viene qui ripresa in un arrangiamento con trio di clarinetti e campane che rimanda alle sonorità da vaudeville. E’ inoltre un omaggio allo stesso padre di Paul che aveva appena compiuto 64 anni.

Lovely Rita, anch’essa composta da McCartney, è una canzone che fa della leggerezza la sua caratteristica principale. Il testo racconta di un tentativo di approccio nei confronti di una vigilessa.
Good Morning Good Morning è una canzone sulla vuota vita del cittadino medio. Lennon, autore del brano, prende spunto da una pubblicità dei Kellogg’s Corn Flakes. Il gallo che dà la sveglia all’inizio della canzone fa il paio con il verso finale delle galline, cucito sull’attacco della reprise di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ottanta secondi per una versione più veloce e compatta della title track.

“Speriamo che lo show vi sia piaciuto. Siamo spiacenti ma è ora di andare. Vorremmo ringraziarvi ancora una volta. Si sta ormai avvicinando alla fine”. La Banda dei Cuori Solitari del Sergente Pepe si congeda dal pubblico, cala il sipario, finisce lo spettacolo, si ritorna alla realtà.

 

Un giorno nella vita

A day in the life. Un giorno nella vita. In chiusura dell’album sono i Beatles a tornare sul palco e lo fanno con il brano che è il culmine di tutto il disco. Di più, forse è il punto più alto della collaborazione tra Lennon e McCartney. La canzone nasce il 17 gennaio 1967 quando Lennon, leggendo il Daily Mail, rimane colpito da due notizie. La morte di Tara Browne, 21 anni, erede della famiglia Guinness, in un incidente automobilistico. E la notizia che a Blackburn il dipartimento di topografia regionale ha deciso di censire le buche nelle strade cittadine, arrivandone a contare 4 mila.

Queste due immagini occupano rispettivamente la prima e l’ultima strofa della canzone. La seconda trae spunto dall’esperienza di John come attore nel film How I Won the War.
La complessità (e la bellezza) della canzone risiede nel fatto che tra le strofe di John si inseriscono le parole e la musica di Paul.
McCartney collaborò con un motivo incompiuto ispirato dal verso d’apertura di On the Sunny Side of the Street. Aggiunse inoltre il verso “I’d love to turn you on” che Lennon pose in chiusura del secondo e del terzo quadro.

Un’orchestra di 41 elementi e un fischietto per cani

Poiché le parti di Lennon e quella di McCartney erano in tonalità differenti serviva un espediente che li congiungesse.Venne quindi usata un’orchestra di 41 elementi a cui viene chiesto di suonare dalla nota più bassa a quella più alta, procedendo in modo dissonante.
Alla fine del secondo crescendo, che chiude la canzone, serviva tuttavia qualcosa che suonasse ancora più definitivo. L’accordo finale è la somma di tre pianoforti suonati a dieci mani e quadruplicato con il multitraccia per cinquanta lunghi secondi.

Dopo la dissolvenza dell’accordo di piano, John volle aggiungere il sibilo di un fischietto per cani usato dalla polizia. Quel suono, non udibile ad orecchio umano, precedeva un loop di voci e suoni in cui si riconosce la frase “Never could be any other way” (“Non c’era altra maniera”).

In assenza di un intervento manuale o a meno che non si stesse utilizzando un giradischi col ritorno automatico del braccio, quella frase sarebbe risuonata all’infinito.
Così come all’infinito risuonerà la bellezza di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

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Post a cura di Emiliano Santocchini – Redazione ReteINDACO

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